articolo pubblicato su Gio’ Magazine

 

Dall’uscita dall’Autostrada di Avellino Ovest fino a raggiungere il centro di Taurasi (AV) è un susseguirsi di vigne, boschi e frutteti che separano i centri abitati.

Più ci si avvicina a Taurasi tanto più i filari delle vigne pettinano il territorio donandogli regolarità.

A tratti, però, si avvistano vigne tenute in maniera diversa: non ci sono filari ma viti dal tronco imponente, che crescono in altezza fino a oltre due metri per poi dividersi in quattro rami che si allungano per molti metri. La singolarità di questo tipo di allevamento mi incuriosisce ma ho chi può rispondere ai miei interrogativi.

Flavio Castaldo, archeologo napoletano da anni trapiantato (per amore) a Taurasi, è impegnato in cantina con la moglie Antonella Lonardo ed entrambi sono felici di lasciare per un pò le incombenze burocratiche per un giro in campagna con me.

Le “Starsete” sono metodi ancestrali di coltivazione della vite, sviluppatesi così per consentire di poter continuare a sfruttare il terreno sotto le viti per tutto l’anno con la coltivazione di prodotti stagionali. Oggi non sussiste più questa necessità di coltivazione poichè al supermercato o nei negozi si trova di tutto, quindi l’allevamento della vite è divenuta un’attività prevalente per i terreni e alle Starsete si sono sostituiti i filari.

Flavio ha descritto le Starsete e tante altre meravigliose pietre miliari della storia del vino campano nel suo libro “Archeologia dei vini in Campania”, dove ho trovato tante altre curiosità e cose che ignoravo.

Dopo aver visto le piante antiche tocca saggiare anche il vino fatto con l’uva che producono: il Taurasi DOCG!

Cantine Lonardo produce tre Taurasi DOCG (solo in alcune annate particolarmente buone è stato prodotto anche un Taurasi Riserva) di cui due provengono da singoli vigneti e possono definirsi, con un francesismo, “Cru”.

Il primo, “Coste”, deriva da un vigneto coltivato su terrazzamenti e presenta un consistente strato di terreno ricco e fertile, risultato del dilavamento delle numerose inondazioni in epoche ancestrali, che poggia su rocce calcaree.

Il secondo “Vigne d’Alto”, deriva dal vigneto di cui riporto le foto, che presenta uno strato di terreno meno spesso del precedente, più ricco di ceneri vulcaniche (dovuti ai depositi a seguito delle eruzioni del Vulture prima e del Vesuvio poi) e con stratificazioni calcaree quasi affioranti al suolo.

Il risultato è di due vini diversi tra loro, entrambi buonissimi, che presentano marcate caratteristiche individuali. Abbiamo saggiato per voi l’ultima annata prodotta ed ora in commercio, la 2009.

Il Coste ha un colore rosso rubino con qualche riflesso violaceo ed è fruttato, floreale e minerale al naso, mentre al gusto si presenta morbido, fresco, con un bel tannino maturo ed in via di affinamento. Gradevolissimo e persistente il finale fruttato .

Il Vigne d’Alto ha anch’esso un colore rosso rubino con qualche riflesso violaceo ed ha aromi minerali, con sentori cinerei, a tratti sulfurei, speziatura, frutta, mentre al gusto è fresco, mordibo, deciso, con medesimo grado di maturazione dell’altro, altrettanto giovane, con finale di bocca orientato sulla mineralità e la speziatura ma ugualmente persistente.

E’ sempre un piacere poter godere di queste eccellenze della Campania che provengono da una saggezza antica e, in alcuni casi, anche da piante antiche, piante che sono delle vere sculture naturali.