Una splendida serata trascorsa nella bella cornice di Palazzo Vialdo, una villa vesuviana a Torre del Greco, alle porte di Napoli, dove i vini irpini di Tenuta Cavalier Pepe si sono misurati con il sushi giapponese, è stata l’occasione per tastare il polso a dieci annate del Bianco di Bellona, vino da uve Coda di Volpe dell’azienda di Luogosano (AV).

E’ stata Milena Pepe a raccontarci della sua azienda e di come l’uva Coda di Volpe sia stata una scommessa del padre Angelo, che non l’ha considerata valida solo per produrre vini da taglio per i più famosi Fiano e Greco, ma anche per dare vita a un prodotto che potesse essere sorprendente. Dimostrazione di questa filosofia è l’ampliamento della superficie vitata aziendale destinata a questo vitigno da 5 a 10 ettari nel corso degli anni e della riduzione graduale della resa di uva per ettaro, mirata ad ottenere la massima qualità.

Vitigno ostico il Coda di Volpe: ricco di polifenoli, quindi necessita di massima attenzione nella fase di estrazione, ha la tendenza a perdere acidità e ad accumulare zuccheri, determinando vini con tenore alcolico eccedente e non equilibrati, verso cui è importante seguire bene la fase di maturazione in vigna. L’epoca di raccolta è indicativamente fissata nella la prima decade di ottobre, ma è l’andamento dell’annata a determinare il momento esatto in cui raccogliere, proprio per prevenire le controindicazioni del vitigno.

Abbiamo degustato 10 annate del Bianco di Bellona – Irpinia DOC Bianco, dalla 2014 alla 2005.

Premetto che, dopo l’assaggio di tutte le annate, la verticale mi ha restituito una sensazione ben precisa, distinta in tre fasi: il vino da Coda di Volpe si esprime al meglio tra gli 8 e i 10 anni. Infatti, i campioni dal 2014 al 2012 mi hanno indicato una progressione ascendente della piacevolezza e dell’equilibrio generale delle componenti olfattive e gustative dei vini, le annate dalla 2011 alla 2008, anche se ancora in crescita ma meno intensa, hanno segnato la conferma della splendida evoluzione del vino che, con le annate dalla 2007 alla 2005 ha iniziato la lentissima parabola discendente della sua vita.

Della prima fase ho trovato molto buona la 2012, che a 5 anni dalla vendemmia ha fatto della freschezza dei profumi e del gusto la sua arma vincente. Vino potente ed espressivo. Da segnalare che dal 2014 è stata avviata una consulenza con il giovane e bravo enologo Gennaro Reale.

Della seconda fase mi ha colpito la 2008, forse la migliore dell’intera batteria, che presentava un equilibrio generale di tutte le componenti, uno splendido ventaglio di aromi e un sorso godibilissimo…a 9 anni dalla vendemmia.

Dell’ultima fase mi ha stupito la 2005. A dodici anni dalla vendemmia il sorso fresco e lievemente tendente all’alcolico riportava nel retronasale tutti i profumi derivanti dall’evoluzione, dal miele al cioccolato bianco.

In conclusione, ho adorato la 2008, ma solo per necessità di sceglierne una tra le dieci saggiate, perchè tutti i vini sono stati ottimi e hanno tranquillamente battuto la prova del tempo. Indice di questo è anche la generale sensazione della totale assenza di sentori e sapori nei calici che possono ricondursi ad una fase evolutiva avanzata del vino: sono tutti ancora vivi e vispi, e le annate più vecchie hanno ancora un bel pò di cose da dire negli anni che seguiranno.

La verticale è stata condotta da Luciano Pignataro con la bella produttrice, che crede fortemente nella sua azienda e nella potenzialità del territorio, alla presenza di appassionati, blogger, giornalisti e professionisti del settore.

Il tema della seconda parte della serata era intitolata “il bianco dagli occhi a mandorla”, dove il Bianco di Bellona ha sfidato il sushi giapponese preparato dal noto chef Keisuke Aramaki. La sala dove abbiamo degustato il vino è normalmente destinata ai clienti di “WA” il Japanese Restaurant di Palazzo Vialdo su cui Vincenzo Di Prisco, lungimirante padrone di casa, ha puntato molto scegliendo, non a caso, uno dei migliori chef di cucina giapponese in circolazione. Un plauso va a anche a Giustino Catalano, consulente di Palazzo Vialdo, sempre attento a fornire i propri migliori consigli per il successo delle iniziative del vulcanico patron.

Degli spendidi vassoi ricolmi di fresche bontà si sono materializzati tra i calici e la sfida tra sushi, rolls, nigiri, uramaki, futomaki, tutti buonissimi e accompagnati dagli immancabili pasta wasabi, salsa di soia e zenzero marinato. Il vino ha retto il confronto col sushi, anche se la prepotente aromaticità e spiccata tendenza salina della preparazione giapponese ha avuto il sopravvento sulla lunga distanza. Una bella scoperta il ristorante Wa, che merita sen’altro una visita.

Ma il vino la sua battaglia l’ha già vinta: quella contro il tempo. La guerra, più dura, contro la scarsa capacità di fare rete dei produttori e le inspiegabili reticenze del mercato verso i prodotti del sud, è ancora in corso. Vedremo come andrà a finire.